lunedì, febbraio 25, 2008

Il Kosovo non fu mai incorporato nella Serbia

Noel Malcolm

Scrittore e storiografo inglese (1956), è tra i fondatori del British Helsinki Human Rights Group. Tra le sue pubblicazione ricordiamo: Bosnia: A short History (1994), Storia della Bosnia, Bompiani 2000; e una fondamentale: Kosovo: A short history (1998), Storia del Kosovo, Bompiani, 1999.

Il Kosovo non fu mai incorporato nella Serbia

Il 1 dicembre 1918 fu proclamato il nuovo stato jugoslavo, chiamato ufficialmente "Il regno dei serbi, dei croati e degli sloveni", che univa il Regno di Serbia, il Regno del Montenegro e alcune parti dell'Austro-Ungheria, inclusi territori della Slovenia e della Croazia. La Serbia ne è stato l'elemento dominante, non solo grazie alle sue dimensioni e al suo esercito vincitore, ma a causa del re della Serbia. Per quanto riguarda il Kosovo, in questo processo è stato considerato come facente parte del regno serbo. In quei tempi, tutti gli analisti e gli storici sembrano aver accettato questo come una dichiarazione chiara che derivava da un fatto legale, ma la verità – finanche i fatti legali presentano dei problemi – è completamente diversa. Il Kosovo non è mai stato legalmente incorporato nello stato serbo.

Quando il Kosovo fu occupato negli anni 1911-1913, la Serbia funzionava sotto la sua costituzione del tempo. L'articolo quattro di questa costituzione dichiara chiaramente che nessun cambio dei confini della Serbia non sarà valido, se prima non ci si è trovati d'accordo e non è stato approvato dalla Grande Assemblea Nazionale, non dall'Assemblea Ordinaria o dal parlamento, ma da un'assemblea speciale che si convocava per trattare le questioni costituzionali. Una Grande Assemblea Nazionale non fu mai convocata per discutere o ratificare l'allargamento dei confini della Serbia per includere il Kosovo e la Macedonia. Qualcuno può controbattere che anche se non si sono seguite le corrette procedure per le questioni soggette alle richieste della costituzione interna della Serbia, i territori furono annessi in modo appropriato alle condizioni della legge internazionale sotto le competenze che un re ha di sottoscrivere dei trattati. Però, la strana verità è che il Kosovo non fu mai incorporato in forma legale nella Serbia secondo qualche standard della legge internazionale.

Quando un territorio passa da uno stato all'altro in conseguenza alla occupazione in tempo di guerra, il trasferimento va riconosciuto con un trattato sottoscritto tra le due parti guerreggianti. Un simile trattato, il Trattato di Londra dell'anno 1913, fu compilato tra gli alleati balcanici (compresa la Serbia) e lo stato ottomano alla fine della guerra tra loro, ma non fu mai ratificato dalla Serbia e di conseguenza non ha mai avuto effetto legale. Un altro trattato, il Trattato di Bucarest dell'anno 1913, fu sottoscritto alla fine della Seconda Guerra Balcanica (una guerra che scoppiò in senno agli alleati balcanici vincitori, e contrappose la Bulgaria alle altre nazioni). Questo trattato conteneva delle dichiarazioni sui cambiamenti territoriali, quanto meno in Macedonia e al contempo fu firmato e ratificato, ma lo stato ottomano non era parte in questo trattato. Così che, la dichiarazione di questo trattato circa i territori ex-ottomani rioccupati non può dare a questa occupazione un potere legale. Nel marzo 1914, la Serbia e lo stato ottomano compilarono un nuovo trattato, il Trattato di Istanbul che avrebbe riesaminato il Trattato mai ratificato di Londra, per ratificarlo su quei problemi che disturbarono entrambi questi paesi. Sfortunatamente, questo trattato non avrebbe potuto nascondere la manovra, perché non fu mai ratificato, con la scusante che la questione era stata definita con la dichiarazione di guerra tra i due stati nell'ottobre 1914. Il problema non fu risolto direttamente dai successivi trattati tra la Turchia e la Jugoslavia, come il Trattato di Sevra del 1920, che diventa non valido, o il Trattato di Ancara dell'anno 1925, che nonostante includesse una intesa reciproca tra i due stati, non faceva nessuna valutazione o prendeva decisioni specifiche sui territori passati da uno stato all'altro negli anni 1912-1913.

Il caso dell'assegnazione del Kosovo è divenuto un caso legale, però in una forma un po' indiretta. La Jugoslavia e la Turchia, diventando membri della Lega delle Nazioni avevano degli impegni in rispetto all'Articolo Dieci del Patto della Lega delle nazioni per garantire la sovranità territoriale l'una dell'altra. Questo non prova nulla, poiché l'integrità territoriale si riferisce a quei territori che sono in possesso dai rispettivi stati. Se uno stato occupa ingiustamente una parte di un altro stato, essendo membro della Lega delle Nazioni, nessuno stato è tenuto a riconoscere questa ingiusta occupazione, ma se questo punto attorno al Patto della Lega delle Nazioni si combina con una osservazione attenta; supponiamo che la Turchia agisse come se considerasse questi territori della Jugoslavia – non solo la Turchia non ha mai deposto un obiezione formale, ma, all'incontrario, essa ha aperto senza esitare un consolato a Scopje – poi furono fatti dei tentativi per un caso legale, forse nel trattato di Ancara dell'anno 1925. Un problema, comunque è chiaro: questo caso legale aveva a che fare con il riconoscimento da parte della Turchia del fatto che la Kosovo era parte della Jugoslavia e non della Serbia. La Jugoslavia si unisce alla Lega delle Nazioni e sottoscrive il Trattato di Ancara.

Allo stesso modo, gli albanesi del Kosovo non divennero cittadini della Serbia, ma della Jugoslavia. L'unico trattato dell'anteguerra che discute la nazionalità dei kosovari ("la nazionalità" in termini legali, per esempio, la cittadinanza nazionale) è stato il Trattato di Istanbul, l'articolo quattro del quale dice che, "gli individui che abitano i territori consegnati alla Serbia diventeranno soggetti serbi", ma questo trattato, come abbiamo visto, non ha mai ricevuto potere legale. La politica ufficiale del regno di Serbia è stata di esclusione degli albanesi del Kosovo (e degli altri musulmani in Kosovo e Macedonia) dal servizio militare in tempo di guerra anche se questa politica fu ampiamente calpestata. Il fatto che essa esisteva conferma ancora una volta che questa gente veniva pensata come se appartenesse a un'altra categoria da quella dei comuni cittadini serbi. Infatti, la prima legge che regolava lo statuto della loro cittadinanza è stata la Legge Nazionale Jugoslava dell'anno 1928, che non pretese di confermare qualche statuto esistente, ma s'esprime chiaramente che essa avrebbe creato uno statuto per la prima volta. Gli albanesi che erano vissuti in Kosovo dall'anno 1913 fino all'anno 1918, quando venne creata la Jugoslavia, venivano definiti (nel paragrafo 4 della parte 55 della legge) come "non slavi" che "acquisiscono la nazionalità del regno" (secondo il paragrafo 2 di questa parte).

I fatti legali contengono qualcosa di non comune con molti aspetti della odierna realtà. Fin dall'anno 1918, gli albanesi del Kosovo vengono trattati come cittadini jugoslavi. A loro era stato dato il diritto di voto nelle elezioni dell'Assemblea Costituzionale e dei rispettivi parlamenti; loro venivano richiamati al servizio militare, etc. In diverse forme, alla maggioranza della popolazione albanese del Kosovo non fu concesso di godere di tutti i diritti di un comune cittadino jugoslavo. Le più importanti limitazioni erano legate alla lingua albanese. Nel Trattato della Difesa delle Minoranze, che loro sottoscrissero per imposizione nell'anno 1919, la Jugoslavia prometteva di garantire l'istruzione elementare nella lingua locale in tutte le zone dove "una porzione considerevole" della popolazione aveva una lingua diversa da quella serbo-croata. Oltre a questo, le minoranze hanno avuto il diritto di edificare a loro spese "scuole e altre istituzioni di educazione, con il diritto di usare la loro lingua e professare la loro religione liberamente". Addirittura, la Jugoslavia si impegnò a garantire una totale difesa della vita e della libertà di tutti gli abitanti del regno senza distinzione di nazionalità, lingua, razza o provenienza.

Queste promesse, in particolare quelle legate alla lingua, furono apertamente ignorate. Fino all'anno 1930, in tutto il Kosovo non si avranno scuole in lingua albanese, ad esclusione di alcune scuole clandestine. In oltre, non si avrà nemmeno una edizione in lingua albanese in vendita, anche se tutte le altre minoranze in Jugoslavia (inclusi i tedeschi, gli ungheresi, i cechi, i turchi perfino i romeni) avevano i loro giornali. Tra le ragioni ufficiali di questa situazione di miseria s'adottavano le pretese che la maggioranza degli albanesi era analfabeta e che era difficile trovare maestri di scuola che parlavano albanese, ma queste erano giustificazioni non sincere, fin tanto che il 75% della popolazione del Monte Negro era analfabeta nell'anno 1918. La verità, come attesta un gran numero di fatti, era che la lingua albanese è stata isolata nel modo più attivo.

La posizione ufficiale jugoslava non è stata senza problemi. Una dichiarazione compilata dalla delegazione jugoslava alla Lega delle Nazioni, in risposta alle critiche degli albanesi nell'anno 1929, si esprimeva apertamente: "Noi ci atteniamo alla dichiarazione che nelle nostre regioni del sud, che facevano parte del nostro stato e furono annesse al nostro regno prima del gennaio 1919, non vi sono minoranze nazionali. Questa posizione è anche l'ultima parola sulla questione del riconoscimento delle minoranze nella Serbia meridionale". D'altra parte, il censimento dell'anno 1921, segnala cifre albanofone; 439.657 in tutta la Jugoslavia, dei quali 288.900 erano in Kosovo. Queste cifre, venivano comunque considerate come sottovalutate, non solo dai rappresentanti degli albanesi, ma anche dagli osservatori stranieri: l'esperto italiano in Albania Antonio Baldacci, per esempio, pensava che nell'anno 1920, in Jugoslavia c'erano circa 700 mila albanesi e nell'anno 1931, il geografo romeno, Nicolae Popp, fissa questa cifra a 800 mila. Se i compilatori del censimento avessero registrato 67 mila albanofoni in più, gli albanesi si sarebbero schierati come la seconda minoranza più grande nel paese dopo gli sloveni, arrivando prima dei tedeschi e degli ungheresi.

Come è possibile che le autorità evidenziassero centinaia di migliaia di albanesi e esprimessero che non esisteva nessuna minoranza nazionale in Kosovo o Macedonia? La tesi degli arnauti[1], sviluppata da Miloshevic e Gopcevic alla fine del secolo XIX è diventata filosofia centrale nell'ideologia ufficiale, inizialmente per il regno serbo e più tardi per lo stato jugoslavo. Una sfilza di libri scritti durante il periodo 1912-1913 hanno cercato di giustificare l'occupazione serba, mettendo l'accento su questo tema, anche se spesso questo è stato combinato in forma sconsiderata con la pretesa che gli albanesi erano cittadini di seconda mano.



[1] La famosa tesi del sciovinismo serbo, secondo cui gli albanesi non erano autoctoni, ma barbari venuti al seguito dell'impero ottomano.

mercoledì, febbraio 20, 2008

NIRVANA

Borges

Problemi i Nirvana-s

Me pohue se tërheqja që ushtron budizmi mbi mendjet e imagjinatat oksidentale rrijedh nga fjala nirvana është sak një egzagjerim por që gjithsesi përmban një pjesëz të vërtete. Duket e pamundur, në fakt, që një fjalë kaq tingullore dhe enigmatike të mos ketë në vetvete diç të çmuar. Letrarët europianë e amerikanë e përdorin, prose rrallë në kuptimin fillimor; mjafton me kujtue argjentinasin Lugones, që e përdorpër të shenjuar limontinë e konfuzionin:

e vagtë një tutë e mësyn

e përfund e shenjon

nga ajo nirvana pa formë…

Më pak eufonike është forma nibbana e ajo kineze, ni-pan. Nirvana është fjala sanskrite që, etimologjikisht, vlen «fikje», «shuarje»; mudnd edhe të përkthehet me «shuarjen» e «fikjen». Fjala vjen ndoresh, përderisa testet klasike të budizmit e kanë zakon me e krahasue ndërgjegjen me flakën e një llambe, që është e s’është e njejta në orë të ndryshme të natës.

Nuk e krijoi Buda këtë zë, që përdoret edhe nga janistët. Te Mahabharata flitet për Nirvana e shpesh për brahma-nirvana-n, shuarje në Brahma. Shprehja «me u fikë në Brahma, me u fikë në hyjni» sugjeron një pikël që humbet në oqean a një xixë që zhduket në zjarrin kozmik. Daussen vëzhgon se, për indianët, shpriti individual është i gjithë oqeani e i gjithë zjarri. Në shumë pasazhe Nirvana ëhstë simbol i Brahams e i lumturisë; me u fikë në Brahma është të rrokësh me mendje se je Brahma.

Kurse budizmi, duke paraprirë Hume-in, mohon ndërgegjen e materies, objektin e subjektin, shpirtine hyjninë. Për Upanshadas-et[1] proçesi kozmik është ëndrra e një zoti; për budizmin egziston një ëndërr pa ëndërrues. Prapa ëndrrës dhe poshtë saj nuk ka asgjë. Nirvana është shpëtimi i vetëm.

Studiuesit e parë europianë e theksuan karakterin negativ të Nirvanës; P. Dahlmann e quajti «abis ateizmi e nihilizmi»; Burnof e përktheu anéantissement, asgjësim; Schopenhauer, që aq i ka influencuar interpretimet oksidentale të doktrinës së Budës, e konsideron Nirvanën një eufemizëm për fjalën asgjë: «Për atë ku ka vdekur vullneti, ky univers kaq real me udhët e qumështit e diejt e tij është, tekstualisht, asgjë». Rhys Davis, me të tjerë, na kujton se Nirvana është një gjendje që mund të arrihet në këtë jetë e konsiston jo në një shuarje të ndërgjegjes, por të tremëkateve kryesore: sensualiteti, ligësia e injoranca. Pischel flet për shuatjen e etjes, trishna. Mbërritur Nirvana para vdekjes, veprimit e shenjtit s’ projektojnë më asnjë karma; ai mudn të falë mirësi a të kryejë krime pa gjeneruar kjo gjë shpërblime a dënime, prejse është liruar nga Rrota e nuk do rilindet.

Buda, nën fikun e shenjtë, arriti Niravana-n; dyzet vjet më vonë, kur vdiq përgjithnjë trupi i tij fizik, parinirvanan a nirvana e plotë. Në të vërtetë universi duhet të prâjë për të shëlbuarin nga çasti kur ai e kupton natyrën e tij iluzore. Mbas zbulesës së tmerrshme duhet të vdesë, siç vdes ai që e ka parë Zoti sy në sy (Jehovai, mbi Sinai, i tha Moisiut: «Nuk do mundesh me më pa në fytyrë, spese askush s’ do mudn të më shohë e të jetojë»). Në tekstet e Vedanatas lexohet se njeriu vazhdon të jetojë pas zbulesës si tornoja e poçarit vijon të vërtitet pasiqë vazoja ka përfunduar. Ai jeton prej impulsit të akteve që kryen para zbulesës; ato që kryen më pas s’ kanë pasoja. Jivan-mukti (i shpëtuari në gjallje) vijon të jetojë si dikush që ëndërron duke e ditur se po ëndërron e lejon që ëndrra të rrjedhë. Sankara propozon këtë sqarim: «Sikundër njeriu syçartall nuk sheh një herë por dy, por e di se ka vetëm një, ashtu njeriu i shpëtuar vijon me e perceptue botën shqisore por e din se është e rreme».

Dahlmann citon në një pasazh epik: «Sukses e mossukses, jetë e vdekje, kënaqësi fizike e dhimbje fizike; nuk jam mik as armik i këtyre sajimeve». Në tantrat, tekstet që ilustrojnë një degjenerim të budizmit të ndodhur në shekullin e nëntë, gjejmë reduktime në absurd të këtij pasazhi: «Par atë një fije kashte është një xhevahir... një gjellë si balta; një himn lavdi si dhimbja, qielli si ferri, e keqja si e mira».

Neofitet pregaditen për Nirvana-n nëpërmjet ushtrimesh të përditshme irrealiteti. Duke ecur rrugës, duke bisueduar, duke ngrënë, duke pirë, duhet të reflektojnë se aktet të tilla janë kalimtare e iluzore e se nukpresupozojnë një aktor, një subjekt të përhershëm.

Për mistikët hebrenj, kristianë e islamikë imazhet ku shprehet ekstaza janë përgjithësisht të një natyre atnore a dasmore; për budizmin, Nirvana është «porti i strehës, ishull mes përrenjsh, shpellë e freskët, bregu tjetër, aytet i shenjtë, panacea (bukënore), ambrosia, ujë që e prân etjen e pasioneve, breg ku gjejnë shpëtim anijembyturit e lumit të cikleve». Në Pyetjet e Mbretit Milinda lexohet se Nirvana është e pakohë dhe se shqisat nuk mund ta perceptojnë. Edhe pse arrihet me anë të një sërë shkasesh, Nirvana u paraprin dhe egziston jashtë tyre; përmasa e saj dhe kohëzgjatja e saj, në fund, janë të parrokshme (të pathënshme). Hermann Oldenberg vrojton se budistët e konceptojnë metafizikisht si një vend ku të shëlbyerit pushojnë; thuhet «me hy në Nirvana». Në Pyetjet e Mbretit Milinda shkruehet se, sikundër lumenjtë hyjnë në det e ky nuk mbushet, qeniet hyjnë në Nirvana pa e ngopur kurrë. Mund të kujtojmë frazën analoge të Ekleziastit: «Të gjithë lumenjtë shkojnë në det e deti s’zmadhohet», sipas variantit të Cipriano di Valera-s.

Mbase enigma e Nirvana-s është identike me enigmën e gjumit; te Upanishidas-et lexohet se njerëzit e zhytur në gjumë të thellë janë universi. Sipas Satkhyam, kondita e shpirtit në gjumë të thellë është po ajo që do mbërrijë pas çlirimit. Jeta e çliruar është si një pasqyrë ku s’prehet asnjë refleks.

Studiuesi austriak Erich Frauwallner në Geschihte der indischer Philosofie (Salsburg, 1953) ka përtëritur idenë toë të Niravana-s me anë të studimit të domethanies së kësaj fjale n’ epokën e Budës. E dijmë saora se Nirvana don me thanë «shuarje». Për ne shuarja e një flake barazvlen me asgjësimin e saj; për indianët flaka egziston para se të ndizet e tejzgjat pasi të jetë shuar. Me ndezë një zjarr është ta bësh të dukshme; me e shue është me e zhdukë, jo me e shkatërrue. Po kjo, sipas Budës, ndodh me ndërgjegjen: kur pranojmë trupin e ndjejmë; kur trupi vdes ajo zhduket, por s’prân s’egzistuari. Duke folut opër Nirava-n, Buda përdor fjalë pozitive; flet për një sferë të Nirvana-s që është një qytet i Nirvana-s.

Aprendistati i Nirvana-s është esencialja e doktrinës së predikuar nga Buda. Ky e pati arritur njohjen e të gjithë mistereve t’universit, por ajo që i vuri vetes detyrë me mësue ishte mënyra me u çlirue nga Samsara a bota e njohjeve. Tekstet flasin për doktrinë e grushtit të mbedhur, që mban dijen universale, a të dorës së hapur, që shpërndan të vërtetat që na nevojiten. Një traditë referon se Buda i tregoi një gjethe dishepujvee u tha se lidhja mes asaj gjethje dhe mijërava që popullonin pemët e pyllit ishte e njëjta që gjallonte mes asaj çka kish mësuar e dijet e tij të pafundme.

kthyer për Rafinerinë nga Kantor



[1] Traktate filozofike e teologjike të bazuara mbi Vedat që i interpretojnë e kmentojnë.